Mi chiamo Marco, ho 15 anni, ho ricevuto una diagnosi di dislessia e sono davvero bravo almeno in una cosa: sono un ottimo ascoltatore.
Ho riconosciuto il potere dell’ascolto quando avevo sette anni. Sette anni è un’età in cui si fa un gran chiasso non per essere semplicemente sentiti, ma ascoltati, da chi è nella tua vita per prendersene cura. Avevo sette anni quando ho cominciato a sentirmi diverso, perso tra quei banchi del primo anno di scuola primaria e quella mia lotta contro il caos di lettere stampate su libri a caratteri grandi.
Ero lento, in un modo che le maestre non riuscivano a comprendere e in un modo che io non potevo accettare. Ero affaticato, stanco e facevo un sacco di confusione con le parole.
È stato più o meno in quel periodo che mamma ha trovato per me due vie d’ascolto.
La prima, quella emotiva, ha messo per qualche tempo a tacere le mie insicurezze, aiutandomi a comprendere che, nonostante i miei limiti, non ero meno bravo, meno capace o meno intelligente dei miei compagni di scuola, che imparavano a leggere come fosse per loro un processo naturale.
Mamma è la migliore ascoltatrice che io conosca: mai per un attimo ha creduto fossi pigro, non mi impegnassi abbastanza o facessi i capricci, cosa che non posso dire di tutte le persone incontrate lungo il mio percorso di vita. In pochi sono stati buoni ascoltatori; di molti, ho avuto l’impressione continuassero a ostentare una grande abilità oratoria per nascondere una profonda incapacità di ascolto.
La seconda via ci si è rivelata un po’ più tardi, insediandosi lentamente nelle nostre vite prima che potessimo rendercene conto. Ricordo che mamma rientrava da lavoro la sera, stanca, e io non ero riuscito a finire i compiti. Le spiegavo che ero stato seduto tutto il pomeriggio a rincorrere quelle parole, sperando che avrebbero acquisito un significato, sperando che poi sarebbe diventato semplice.
E con la pazienza e l’amore che solo una madre può avere, nonostante gli occhi stanchi e le incombenze di ogni adulto, lei sedeva accanto a me. Leggeva.
E io ascoltavo. Era semplice dare un senso alle parole quando era qualcun altro a leggerle per me.
Degli anni sono trascorsi così, prima della diagnosi. Lei leggeva, io ascoltavo. Poi ho ricevuto la mia valutazione ed entrambi abbiamo sospirato. Mamma ha tentato di nascondere il suo sollievo, ma quegli anni di condivisione mi avevano reso un così vigile ascoltatore da permettermi di riconoscere anche le parole e le emozioni rimaste in silenzio.
Con la diagnosi si è aperto a me un mondo di strumenti compensativi. Certo, la sintesi vocale non ha il calore della voce di mamma, ma mi libera del peso di comporre faticosamente le parole. Adesso ho 15 anni e non sono certo un gran lettore, non sono fluente e confondo sempre la B e la P ma sono molto bravo ad ascoltare.